mercoledì 30 novembre 2016

Le 10 regole della netiquette per Photoshop.


Se siete dei designer (ma anche se solo ogni tanto vi capita di ritoccare immagini o di crearne di vostre), di certo userete Photoshop, indubbiamente il più popolare e diffuso software di fotoritocco al mondo.
E a un certo punto della vostra carriera, vi sarà capitato di aprire un file .psd o un tiff non vostro… ed avere avuto l’impressione di aprire il cassetto della roba sporca del vostro coinquilino.
Ecco, ora pensate all’ultima volta che avete dovuto passare il file di Photoshop sul quale avete lavorato a qualcun altro: un collega, un cliente, uno stampatore, chiunque altro (e possono esserci svariati motivi perché l’eventualità si verifichi) e fatevi un esame di coscienza.
In che stato era quel file? Era un casino di livelli ammucchiati senza nome, duplicati inutili, senza nomenclatura e altri orrori assortiti?

Questo post fa per voi, voi che volete farvi una buona reputazione all'interno della comunità del design o cercare di smacchiare quella che già avete: dieci semplici regole di galateo Photoshop che dovreste sempre seguire.

1) Settate le preferenze prima di iniziare
Prima di aprire il vostro primo file di Photoshop, fatevi un bel giro nel menù Preferenze e perdeteci dieci minuti. Troverete preziosi opzioni per l’interpolazione delle immagini, sull’interfaccia, le modalità di visualizzazione e il comportamento di numerosi elementi del software. Se avete dei dubbi, sperimentate o consultate l’aiuto in rete. Non sarà tempo sprecato, ve lo assicuro.
Ricordate che molte delle modifiche che apporterete nei pannelli Preferenze richiedono il riavvio di Photoshop.



2) Nominate i livelli
Sì, potrà sembrarvi banale, e me l’avrete già sentito dire (ad esempio, QUI). Ma è un’esigenza che cresce proporzionalmente al numero di livelli presenti in un documento:  non c'è niente che rallenta di più il lavoro che cercare di identificare un dato livello tra dozzine e dozzine di Copia livello. 
Usate un nome descrittivo breve ma inequivocabile: “freccia”, “braccio destro”, “farfalla”, eccetera. 
Una volta nominati, organizzate i livelli in cartelle (o gruppi) – che andranno anch’esse nominate, ad esempio “nuvole” o “persone”; potrete così spostarli e visualizzarli tutti assieme con un solo click. Anche la possibilità di assegnare un colore alle cartelle o ai singoli livelli andrebbe sfruttata: ad esempio, colorare di giallo tutti i livelli contenti testo o di rosso tutti quelli con gli oggetti avanzati permette di identificarli nella palette livelli in un attimo. Bloccate i livelli di sfondo o altri elementi che devono restare nella stessa posizione: è facile, altrimenti, che vengano tagliati o spostati accidentalmente.
In ultimo, è sempre buona norma eliminare i livelli vuoti (per verificare se un livello è effettivamente vuoto premete Cmd + T). 

3) Nominate i file 
Stabilite per i vostri file una nomenclatura che funzioni non solo per voi, ma per chiunque altro: pensate sempre: “mia nonna lo capirebbe?”
Alzi la mano chi tra noi non ha mai denominato un file “nuovo”, “ok”, “final”, “def” eccetera eccetera. Lasciate perdere queste ottimistiche definizioni, e passate a qualcosa di più professionale come: Nome_tipo_formato_versione.
Cosa significa? Il nome del cliente è la prima cosa che dovreste scrivere per identificare la marca del file. Tipo illustra ciò per cui il file è destinato (banner, insegna, copertina, eccetera).
Formato indica le dimensioni, espresse in pixel se il file è destinato al web e in centimetri se destinato alla stampa. Infine Versione, che potete abbreviare in v2, v3, eccetera, potete applicarlo quando effettuate revisioni al file originale. E, nel caso ve lo chiediate, sì: è buona norma salvare i progressi in un nuovo file, in modo da non sovrascrivere le revisioni precedenti nel caso in cui occorre tornare sui propri passi (e succede, oh se succede).
Questo sistema di variabili nel nome del file si dimostra particolarmente utile nel tempo: in questo modo, anche ripescando lavori vecchi di mesi, sarà facile orizzontarsi.

4) Una sola maschera basta
Avete letto il punto 2? Avete raggruppato i livelli simili in cartelle? Se lo avete davvero fatto, vi sarete resi conto che non avete più bisogno di applicare dieci maschere diverse a dieci livelli: basta crearne una alla cartella, che avrà effetto su tutti i livelli contenuti in essa.
Prima di salvare il lavoro, agganciate tutte le maschere ai rispettivi livelli: magari le avevate sganciate per vostre esigenze particolari, ma chi riapre il vostro file potrebbe non avvedersene e spostare o ridimensionare erroneamente degli elementi (anche questo, capitato ben più di una volta).


5) Salvate sempre i vostri tracciati
Lo strumento penna per un designer è come la spada laser per un cavaliere Jedi. Più la usate, più potenti e abili diventerete. Quindi, una volta che avete fatto clic sull’ultimo e duecentesimo punto di ancoraggio del vostro tracciato di ritaglio, fate un paio di clic in più e salvatelo nella palette Tracciati. Non avete idea di quanto possa tornare utile un tracciato più avanti, lavorando quello stesso file.


6) Non distorcete il testo o le immagini
Mantenete sempre le proporzioni originali degli oggetti, tranne nei casi in cui volete intenzionalmente allungare alcuni elementi: anche in questo caso, la distorsione dev’essere minima (e lo stesso vale per le font: lavorate sul corpo, il kerning o l’interlinea, ma non distorcetele mai. Si vede lontano un chilometro ed è molto poco professionale).
Mai allungare pulsanti o forme vettoriali, specialmente quelli con angoli arrotondati.
Mai ricampionare eccessivamente verso l’alto file bitmap.
Mai mescolare nello stesso file elementi dalla definizione diversa.

7) Allineate gli elementi
Un tratto distintivo di un buon designer è la sua tendenza ad allineare le cose: agganciate i vostri elementi a una griglia (potete visualizzarla con Command + ,). Usate le guide. Tutto quello che è possibile allineare, allineatelo. Non fidatevi dei vostri occhi. Se serve, aumentate il fattore d’ingrandimento della vostra visualizzazione. 

8) Applicate gli effetti con misura
Resistete alla tentazione di applicare ogni tipo di effetto di livello (colore, ombra, smusso, bagliori eccetera) su ogni elemento del vostro disegno. Sono degli ausili al vostro design, e non il design. Applicare un rilievo e una texture metallica a una scritta non farà di voi un designer. 
Se state applicando lo stesso effetto su più di un livello, usate il comando copia / incolla stili di livello per garantire che gli effetti siano identici. Inoltre, tenete presente che di default è attiva l’opzione illuminazione globale, che aiuta a mantenere coerenza tra luci e ombre... ma considerate, se è il caso, di disattivarla se volete personalizzare un determinato effetto.


9) Rispettate l'ambiente di lavoro altrui.
Ognuno usa Photoshop in un modo diverso, e fa un uso diverso delle palette. Dopo un po’ che lavorate, saprete bene quelle che usate più spesso: sistematele come più vi sembrano comode, chiudete quelle che non usate mai o meno delle altre, e salvate la configurazione (Finestra > Area di Lavoro > Nuova area di lavoro). Potrete richiamarla in qualsiasi momento con un solo click.
Questo suggerimento è particolarmente utile se c'è più di utente che lavora con la stessa copia di Photoshop, e probabilmente fa un uso del programma diverso da voi. Quando voi avrete finito di lavorare, il vostro collega potrà semplicemente richiamare la sua area di lavoro: e se non ne avrà salvata una, tanto peggio per lui.


10) Ottimizzate i vostri file
Non è infrequente che file composti di molti livelli arrivino a pesare centinaia e centinaia di megabyte, rallentando il computer sia in fase di visualizzazione dell’anteprima, che di apertura e salvataggio. Per non parlare dello spazio che occupano su disco.
Il formato di salvataggio nativo di Photoshop non è il più efficiente in assoluto: il formato TIFF conserva la struttura del file a livelli e – a partire già da Photoshop CS3 – mantiene gli smart filters e gli smart objects (o oggetti vettoriali avanzati)... ma consente più opzioni, prima tra tutte l’algoritmo LZW, che consente una riduzione del peso direttamente proporzionale alle dimensioni del file, senza perdita di qualità (potete fidarvi, lo uso da vent'anni).
Osservate lo specchietto qui sopra e realizzate che potreste ridurre anche della metà il peso dei vostri file, a tutto vantaggio nella velocità di trasmissione e la facilità di archiviazione.

lunedì 28 novembre 2016

22 cose da fare in caso di attacco terroristico.

Vivendo a Roma, ogni tanto un pensierino sulla possibilità di finire coinvolto in un attacco terroristico me lo faccio, pur non essendo un gran frequentatore di metropolitane o classici obiettivi "sensibili". Ma immagino che le mie stesse, identiche, convinzioni le abbiano avute anche i poveracci rimasti secchi al Bataclan o a Nizza giusto quest'estate, tutta gente uscita di casa senza manco chiudere il gas o il minimo sospetto di ritrovarsi, da lì a poco, come su un set di un film di Bruce Willis.
Solo che le pallottole erano vere e le schegge delle esplosioni ammazzavano davvero, altro che Call of Duty.

Lo diceva forse il mio vecchio capo scout? Siate preparati, ammoniva.
A qualsiasi evenienza.
E così, l'altro giorno ero in libreria, e ho visto su uno scaffale questo Che cosa fare in attacco terroristico, firmato da tal Gianpiero Spinelli, ex paracadutista della Folgore e poi contractor impegnato in diverse zone a rischio, dall’Iraq ai Giochi Panamericani di Rio 2006.
Insomma, uno che ne sa.
E io che ho questa tendenza a prestare sempre almeno un orecchio a chi ne sa più di me, l'ho preso in mano, l'ho sfogliato e ho concluso che – forse – tutte le 112 pagine del volume sono superflue per l'Uomo Medio nel quale svogliatamente mi riconosco, ma questo mini-vademecum l'ho trovato interessante, quindi lo ricondivido con voi (QUI, ad ogni modo, il link per chi volesse portarsi a casa il manualetto).

PS Il punto 19, ad esempio, mi ha lasciato interdetto. Ma segno.



Se vi trovate coinvolti in un attacco terroristico in un luogo chiuso:
1) allontanatevi subito dalle finestre.
2) controllate se avete ferite prima di muovervi.
3) se siete feriti, restate dove siete e state bassi.
4) proteggetevi sotto un tavolo, un bancone, un mobile o qualsiasi cosa possa essere un rifugio in caso di un crollo strutturale.
5) dopo l’esplosione o le esplosioni aspettate a muovervi e, prima di farlo, cercate di capire che non ci sia un attacco combinato con l’uso di armi da fuoco. Restate fermi in posizione fetale e proteggete la testa.
6) non usate gli ascensori.
7) lasciate l’edificio appena avete la certezza che non ci saranno altre esplosioni.
8) evitate di correre in preda al panico. Se vi trovate in un luogo affollato colpito da un attentato o dove è scattato un allarme bomba, il pericolo più grande è proprio la folla. E quindi:
9) evitate di stare fermi in mezzo ad assembramenti di persone.
10) lasciate da parte la curiosità e non unitevi alla folla.
11) se siete in mezzo alla folla, cercate sempre di non lasciarvi trasportare o travolgere.
12) non rimanete al centro, ma cercate sempre di andare verso l’esterno.
13) cercate di non cadere, sareste schiacciati.

14) allontanatevi da persone di grossa stazza fisica e che hanno oggetti molto ingombranti.

15) tenete le mani libere e mai in tasca.

16) muovetevi con passo deciso, mantenendo sempre un equilibrio costante, tenete i piedi ben saldi al terreno.

17) liberatevi velocemente di qualsiasi peso, borse e ogni altra cosa che possa rallentare la vostra fuga.

18) se vi cade qualcosa, non cercate di raccoglierla, pensate a scappare.

19 se perdete l’equilibrio e cadete, non cercate di rialzarvi facendo forza sulle braccia: la folla potrebbe schiacciarvi rompendovele. Alzatevi velocemente facendo forza interamente sulle vostre gambe.
20) se la folla non vi permette di rialzarvi, assumete una posizione fetale proteggendovi la testa con gli avambracci e con le mani.
21) individuate sempre le uscite di sicurezza, memorizzatele e cercate di raggiungerle.

22) in un luogo chiuso i posti più sicuri per proteggersi dalla folla sono gli angoli e le pareti, ma da questa posizione vi sarà difficile riuscire a muovervi.

domenica 27 novembre 2016

venerdì 25 novembre 2016

Correte.


Diffuso stamattina il primo teaser poster di Alien Covenant.
E la data d'uscita è drasticamente anticipata.
Come a dire: avete meno tempo per mettervi in salvo.
Ve lo giuro, Alien è la sola creatura di fantasia che riesca a instillarmi una scintilla di autentico, irrazionale terrore.

giovedì 24 novembre 2016

Se non il mio, il suo.


Più o meno un anno fa, proponevo su questo blog la mia reinterpretazione dell’iconico pulmino Volkswagen, cercando di aggiustare il tiro (in termini di concept ma anche di design) rispetto i tentativi “ufficiali” della casa di Wolfsburg – talmente goffi, a mio avviso, da non avere non solo mai avuto un seguito commerciale, ma neanche un reale interesse dal pubblico e dalla stampa specializzata.
Nel frattempo, qualcuno molto più bravo di me ha ben pensato di metterci mano pure lui: potete vedere il concept completo del designer David Obendorfer QUI.

Da questi render, comunque, capite già da soli che David è perfettamente allineato al mio pensiero: mantenimento dei tratti distintivi dell'originario pulmino T1, giusto equilibrio tra elementi stilistici del passato e modernità che si sposa con la funzionalità senza lussi inutili.
Insomma, un progetto che Volkswagen dovrebbe acquistare in blocco così com'è e mettere in produzione... almeno per come la vedo io.

lunedì 21 novembre 2016

[the art of] Jeff Chapman


Forse vi sarete già imbattuti in qualcuna delle creazioni digitali di Jeff Chapman, uno dei (non pochi, invero) talentuosi artisti che affollano DeviantArt (QUI la sua pagina), non fosse altro per la discreta notorietà guadagnata con le sue pinup disneyane create assemblando (e qui risiede, a mio avviso, la sua bravura) normalissime immagini di stock acquistabili da chiunque per pochi dollari.
Anziché scritturare, truccare e vestire modelle e fotografarle su sfondi reali o fondali costruiti ad hoc, Jeff fa tutto senza muoversi dalla sedia: si fa un'idea dell'immagine finale, quindi acquista su una delle più popolari banche immagini del mondo le fotografie che gli servono per comporla e le usa come fossero pezzi di una scatola di montaggio: i risultati li vedete in questo post e in rete ne troverete parecchi altri usando il suo nome come keyword.

E ora, le creazioni di Chapman potranno sembrarvi scontate e neanche particolarmente incisive... ma lui è uno che lavora sodo, ha tecnica, velocità, creatività e un innegabile sense of humor, cosa che non manco mai di apprezzare in un mondo dove sono in tanti, in troppi, ad autoproclamarsi "artisti", digitali o meno.
In calce ad ogni sua immagine, Jeff posta i link a tutte le immagini che ha comprato per realizzarla: è un po' un messaggio del tipo "questi sono gli ingredienti, nulla di che, provateci anche voi".
Qui sotto, quelle usate per le tre immagini che vi ho proposto.

venerdì 18 novembre 2016

[recensione] Il caricabatterie wireless più economico del mondo. Più o meno.


In un mondo sempre più wireless (anche se è un'evoluzione parecchio lenta), i caricabatterie per cellulare sono uno degli oggetti consumer più a buon mercato ma – probabilmente – anche più squisitamente inutili.
Proprio per questo me ne sono fatto regalare uno, lo trovate QUI su Amazon per undici euro e spicci; l'ho testato per una settimanella e vengo qui a farvene una veloce recensione.

Cosa c'è nella scatola? 
Poco, anzi, meno dello stretto necessario: per funzionare, il caricabatterie richiede (oltre, naturalmente, un cellulare che supporti tale feature, quindi nessun iPhone, ad esempio) un alimentatore da parete: un oggetto da pochi soldi che potete acquistare ovunque, ma che non trova posto nella confezione del Itorrent B9, che comunque si propone come un accessorio così basic che più basic non si potrebbe.
In altre parole: per undici euro, volete anche l'alimentatore?
In realtà, sì, io l'avrei voluto, anche perché così com'è è inutilizzabile. Ma avrei apprezzato anche un foglio di istruzioni – non che ci sia bisogno di sapere un granché, ma sarebbe bastato un paio di disegnini e di relative didascalie (e, no, anche se nella fotografia ufficiale qui sotto se ne vede uno, nella confezione che mi è arrivata non c'era. sappiatelo).


L'aspetto è molto gradevole: sostanzialmente, è un disco di plastica trasparente dove appoggiare il vostro cellulare. Dei led blu si accendono e confermano che la ricarica per induzione è iniziata. Se la luce blu resta costante, la ricarica procede regolarmente. Altrimenti, l'Itorrent B9 si illumina a intermittenza.
Ed ecco, se avessi saputo questo semplicissimo dettaglio, non avrei passato la prima notte pensando di star ricaricando il mio telefono: in realtà, basta che questo si sposti di un centimetro sul disco di plastica e viene meno il collegamento. La notte passa col caricabatterie che lampeggia disperatamente e col vostro smartphone che muore in silenzio.

Una volta che vi siete assicurati che il caricabatterie il vostro smartphone siano correttamente collegati, potete andarvene a letto. La mattina dopo, la batteria sarà carica e voi sarete felici e liberi dai cavi.
Fine della storia, quindi?
Quasi.
Il primo problema, almeno col dispositivo da me testato, è che basta anche un piccolo spostamento che la ricarica si interrompa. Non ci sono segnali acustici che vi avvisino che qualcosa non va, quindi potreste accorgervene solo dopo ore, quando la batteria è completamente scarica. 

L'altro problema è di ordine fisico. La ricarica induttiva usa due avvolgimenti elettromagnetici per creare un campo magnetico tra la base di ricarica e il vostro smartphone: il campo magnetico genera energia elettrica tramite la differenza di potenziale e la vibrazione, mentre un avvolgimento all'interno dello smartphone è collegato al circuito che ricarica la batteria, che viene ricaricata con l'energia prodotta tramite il campo magnetico. Il processo genera calore, e, ad operazione conclusa, potreste ritrovarvi con basetta e telefono parecchio surriscaldati.
Il che non è poi questo gran problema... non quanto il fatto che, in ogni caso, la ricarica senza fili resta meno efficiente di quella tradizionale: meno efficiente e più lenta.
Nuovi metodi e materiali hanno permesso di usare frequenze più alte e avvolgimenti più piccoli che in passato, ma il tradizionale cavetto è tuttora la soluzione migliore.

In conclusione, l'utilizzo migliore che potete fare di un oggetto come questo è di tenerlo sulla scrivania, che comunque occupa poco spazio e brutto non è, e appoggiarci sopra il telefono quando non lo usate durante il giorno.
Durante la notte, affidatevi al tradizionale caricabatterie a filo.
Fine della storia.


giovedì 17 novembre 2016

SGNL. Telefonare con un dito.


Giusto di questo periodo, lo scorso anno ero al Maker Fair e ho avuto modo di provare un aggeggio molto simile a questo SGNL, un bizzarro progetto che, almeno nelle intenzioni, vorrebbe rivoluzionare l'attuale telefonia mobile, permettendo di telefonare con un dito.
Letteralmente.

SGNL è, in sostanza, un cinturino che comunica tramite Bluetooth con il vostro smartphone e vibra per avvisarvi di una telefonata, ma non solo: portando l'indice all'orecchio accettate la telefonata, il cinturino fa passare il suono attraverso il vostro dito tramite "l'unità di conduzione corporea" e l'audio vi arriva attraverso il microfono integrato nel cosidetto "smart strap".

SGNL (certo che, se lo commercializzeranno, la prima cosa da fare sarà cambiargli questo nome impronunciabile) è progettato per adattarsi al vostro orologio o al vostro smartwatch, ma può essere anche indossato come un semplice braccialetto.

Per gestire il dispositivo (che integra i comandi del volume, un accelerometro e dei LED per avere un riscontro visivo delle chiamate) va installata una app sul vostro smartphone.

Ed è tutto.
SGNL è stato presentato su Kickstarter (QUI la pagina) con l'obiettivo di raccogliere 50.000 dollari per il suo sviluppo e una prima serie. In pochi giorni, è stato stati raccolto quasi mezzo milione di dollari, e attualmente chi ha creduto nel progetto ha versato quasi un milione e mezzo di dollari, quindi potete anche levarvi quel sorrisetto scettico dalla faccia.
E, sì, sono d'accordo con voi, a vederlo è un tantino bizzarro. Ma forse non più degli attuali auricolari Bluetooth, rimasti invariati fin dalla loro apparizione anni fa e mai veramente diventati di massa.
Per ora, non ho un'opinione precisa, ma magari voi riuscite a farvene una vostra guardando il video di presentazione, qui sotto.

mercoledì 16 novembre 2016

L'ultimo Cesare.


Della genesi della copertina del ciclo Roma Caput Mundi vi ho parlato QUI. Come vi avevo accennato, L'ultimo Pretoriano era il primo di una trilogia, a cui è seguito questo L'ultimo Cesare e L'ultima Battaglia.
Come vedete, per mantenere continuità con gli altri volumi ho cambiato solo il colore di fondo oltre, naturalmente, i testi.
Liquidata la questione artistica, parliamo della veste editoriale.
Che dire?
429 pagine. Cartonato. Ben stampato. Ben rilegato.
Curato con tutta la passione maniacale di cui solo Frediani è capace.
E quanti euro vi scucirà tutto questo tripudio di romanzo storico impacchettato in una mirabile veste grafica?
Meno di dieci euro.
Che se guardate quanto costano i romanzi nuovi di Mondadori o Rizzoli o un qualsiasi fumetto di un editore da libreria (specializzata e di varia), anche con foliazione minore, è un prezzo assolutamente moderato.
Quindi, se l'argomento Antica Roma vi intriga, è un volume da comprare a occhi chiusi.

martedì 15 novembre 2016

L'Xbox segreta di Andrew Kim.


Su questo blog ho già parlato di Andrew Kim, un designer classe 1991 che con la sua reinterpretazione della strategia di branding di Microsoft ottenne un certo successo virale e tutta l'attenzione del colosso di Redmond, che dopo una serie di colloqui lo ha assunto nella sua divisione Xbox, affidandogli il redesign della sua popolare consolle per videogiochi.

Qualche tempo fa, sul suo blog era comparso un lungo post che anticipava i frutti del suo lavoro, e quel post è stato velocemente rimosso... ma in parecchi avevano già salvato la gallery di Andrew, che vi ripropongo per intero.
Lo faccio perché il suo lavoro mi sembra piuttosto buono, ben presentato e molto ragionato, alla sua maniera... anche se, a mio giudizio, non particolarmente ispirato e dall'impronta fin troppo razionalista.
Più valido nei dettagli che nell'insieme.
Più vicino alle cose di Dieter Rams che a quelle di Jonathan Ive.
Tuttavia, il progetto merita un po' di visibilità in più di quanto Microsoft forse non desideri.
Osservate il prototipo e fatevi un'idea vostra.


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