lunedì 30 novembre 2015

Ci si può sempre complicare la vita.

Avete appena comprato un iPhone.
Lo avete tirato fuori dalla scatola, attenti a non graffiare la delicata scocca d'alluminio, e se siete dei veri feticisti Apple aspetterete qualche giorno (o qualche mese) prima di rimuovere la pellicola protettiva sullo schermo.
Quasi con timore reverenziale, avete premuto il pulsante d'accensione e avete atteso trepidanti comparire il logo Apple sul display a risoluzione esagerata.
Ed ecco, l'iPhone vi saluta tutto giulivo e inizia a chiedervi un po' di robe, a iniziare da quale lingua preferite usare con lui.
Poi vi chiede di selezionare il Paese in cui ti trovate, di attivare o disattivare i servizi di localizzazione, se avete una rete Wi-Fi alla quale volete collegarvi, se sì con quale password, se avete un account Apple, se volete usare o meno iCloud eccetera eccetera eccetera.
E il vostro dito vola da una parte all'altra del display, decidendo, definendo, scegliendo.
Per 45 volte.
Come nota Luke Wroblewski, direttore dei prodotti Google, ai tempi dell’iPhone 3GS (sei anni fa), le schermate di onboarding erano sei.
Una volta completati questi sei passaggi l’utente era pronto ad utilizzare iPhone.
Non so voi, ma io ho impressione che non ci stiamo muovendo nella direzione giusta.

venerdì 27 novembre 2015

Una delle 5 invenzioni migliori della storia dell'Umanità.


Uno dei capi di abbigliamento più distintivi della cultura sixties è la minigonna, apparsa per la prima volta nel 1963.
La paternità è sempre stata in discussione tra la stlista inglese Mary Quant e lo stilista francese Andrè Courrèges... anche se proprio la Quant, più salomonicamente, ha sempre decretato quella che è – più probabilmente – la verità: "Né io né Courrèges abbiamo avuto l'idea della minigonna. È stata la strada a inventarla".

Fu comunque Mary Quant a battezzarla miniskirt (in onore dell’omonima auto di cui andava pazza) e ad imporla a livello mondiale. E fu una sua modella, Twiggy, a lanciarla a livello mediatico, diventando velocemente un simbolo culturale di liberazione e protesta contro i vecchi schemi morali.

In auge fino ai primi anni settanta venne poi soppiantata, in epoca di femminismo duro e puro, dal ritorno delle gonne lunghe per tornare poi prepotentemente e definitivamente (grazie anche al punk)... diventando ormai un classico senza più alcuna connotazione, se non puramente estetica.

La minigonna è, se indossata con il minimo sindacale di autocritica, la cosa migliore che una donna possa sfoggiare.
Innovativa, sexy, provocatrice, attuale, minimalista e inossidabile alle mode.

Persino Uhura sull'Enterprise era in minigonna e ci stava da dio. 

Ma quanta tristezza fanno le gonne sotto il ginocchio?

martedì 24 novembre 2015

Not Beautiful Anymore.


È che, anche quando tecnicamente potrei starmene bellamente senza toccare il Mac, non ci riesco.
E così, tra una commissione e l'altra, ho recuperato una foto acquistata su iStock un paio d'anni fa e ci ho lavorato su un paio d'ore.
In genere, non faccio un grande uso di pennelli personalizzati, ma stavolta l'ho fatto e devo dire che ti velocizzano parecchio il lavoro.
In totale sono 44 livelli e non uno di più (col tempo ho imparato ad ottimizzare, ma neanche poi tanto)... ed è abbastanza grande da tirarci fuori delle belle stampe, quindi, se vi piace, scrivetemi che ci mettiamo d'accordo.

lunedì 23 novembre 2015

Retrotechnology.


Cosa fareste se poteste tornare indietro nel tempo?
Mettereste su un complotto per assassinare Hitler? Cerchereste di avere un appuntamento con una non ancora famosa Marilyn Monroe? Andreste a un concerto dei Beatles?
O magari cerchereste di diventare vergognosamente ricchi tornando alla fine degli anni settanta fondando una società di elettronica di consumo e "inventando" roba come un lettore di musica tascabile, un calcolatore portatile o una consolle per videogiochi da portarsi sempre appresso?

Il designer londinese Alex Varanese (QUI il suo sito, fateci un giro) sceglie questa strada, prende la tecnologia moderna e la immagina inserita in un contesto di quarant'anni fa.

Facendo un lavoro grandioso in termini di design, tipografia e tecnica pubblicitaria.
E bravo Alex.

sabato 21 novembre 2015

Hunger Graphics.


Quello che posso dire del ciclo di Hunger Games:
• vidi il primo film, forse un paio d'anni fa, su Sky. Lo trovai un po' noioso e troppo derivativo per appassionarmici. E, a conti fatti, pensato per un pubblico ben più giovane di me.
• ho visto il quarto e conclusivo episodio della serie proprio giovedì scorso, in occasione dell'anteprima stampa. L'ho trovato un po' noioso e troppo derivativo per appassionarmici. E, a conti fatti, pensato per un pubblico ben più giovane di me.
• non so cosa ci sia in mezzo il primo e l'ultimo episodio, ma non mi è venuta la curiosità di scaricare approfondire.
• I teaser poster e l'altro materiale promozionale, in compenso, sono di prima qualità. La roba più banale è proprio il poster ufficiale, ma qui vi propongo quelli meno diffusi. Meritano.

venerdì 20 novembre 2015

Di roba che ci siamo lasciati dietro.


Lista delle tecnologie che ho visto nascere, aumentare smisuratamente di popolarità e poi estinguersi:

• i videoregistratori
• i videonoleggi
• i modem
• le segreterie telefoniche
• le schede telefoniche
• le calcolatrici tascabili
• il minidisc

Quelle che ancora resistono:
• i telefoni cordless
• i telefoni cellulari
• la tv via satellite
• i cd
• i dvd
• i pc

Parallelamente, pensavo a quella storia che le persone tendono a presumere che man mano che invecchiamo, gli anni comincino automaticamente a sembrarci sempre più brevi.
La mia spiegazione è che abbiamo incrementato la densità d'informazione della nostra cultura al punto che  la nostra percezione del tempo si è alterata.
Fino al momento in cui la tecnologia non è penetrata sul serio nella nostra esistenza (le chat, Napster, l'email, gli sms, la banda larga, Facebook e WhatsApp ), non capitava mai di sentire qualcuno lamentarsi di "non avere una vita".

mercoledì 18 novembre 2015

[Recensione] Steve Jobs


A quattro anni dalla sua morte, è normale che esca un nuovo film su Steve Jobs.
Il fatto è che lo scomparso co-fondatore di Apple è stato, sia in vita che dopo, talmente santificato e demonizzato (in misure curiosamente quasi identiche) che si è guadagnato definitivamente un posto nell’immaginario del grande pubblico, anche di chi i suoi prodotti non li ha provati nemmeno una volta (e ce ne sono ancora, incredibilmente).
Il problema è che, nel recensire Steve Jobs, l'ultima fatica di Danny Boyle, non si può prescindere da quello che ha fatto (e ha generato) Jobs, oltre quello che è stato. Non si può, punto e basta.

Su Jobs scrissi un lungo e accorato post quando il cancro se lo portò via.
A tutt’oggi, i suoi detrattori lo ricordano – ad essere buoni – come uno non all’altezza del suo mito: non aveva inventato niente, non era né un bravo tecnico o un bravo designer.
Quelli che lo santificano, invece dicono che era un genio, un visionario, un innovatore.
Ed hanno ragione entrambi.
Come detto in una delle battute migliori del film, si può essere persone di talento e restare brave persone. Oppure no.
Ma facciamo qualche passo indietro.

Negli anni settanta, due giovanotti chiusi in un garage ebbero delle intuizioni. 
Alla luce di un tubo al neon da pochi soldi, concepirono, progettarono e realizzarono l’embrione di una macchina destinata a cambiare – letteralmente – il mondo.
Se non l’avessero fatto loro, magari ci avrebbe pensato qualcun altro, non affermo mica il contrario, ma così è andata.
All’informatica serviva una via per arrivare alle masse, e questa via l’hanno creata i due Steve.
Jobs trafugò la tecnologia dell’interfaccia grafica del Macintosh dallo Xerox Parc e la regalò (si fa per dire) al mondo. Non è più un segreto per nessuno.

Creò un computer che era come un’automobile dove non potevi aprire il cofano perché lui decideva che non ne avresti avuto mai bisogno. Scelte estreme, discutibili, spesso impopolari, spesso anticipatorie.
Jobs, il grande umanista dell’informatica, metteva sempre l’uomo e la sua esperienza al centro di ogni cosa. Rifiutava qualsiasi dogma, qualsiasi assunto, sputava sullo status quo e non cedeva di un millimetro nemmeno sui dettagli apparentemente più insignificanti.
Le sue creazioni erano invariabilmente diverse da qualsiasi altra cosa era in giro. 

Assemblaggi, rimasticazioni, rivisitazioni: chiamateli come volete, se non volete chiamarli invenzioni. Ma abbiate anche l’onestà di riconoscere che Jobs seppe guardare sempre dritto in una direzione, e quella direzione era un punto immaginario oltre l’orizzonte davanti a sé.
Un orizzonte che non avrebbe raggiunto mai, ma inseguito per tutta la vita, spazzando via attorno a sé approssimazioni, compromessi, o, semplicemente, la roba vecchia, che magari funzionava ancora bene, ma che non l’avrebbe fatto per sempre.

Non ho idea se chi scrisse il memorabile testo per lo spot Think Different si fosse basato proprio su Jobs, ma di certo gli calzava a pennello: 
Questo film lo dedichiamo ai folli,
agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane,
a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Costoro non amano le regole, specie i regolamenti,
e non hanno alcun rispetto per lo status quo.
Potete citarli, essere in disaccordo con loro,
potete glorificarli o denigrarli,
ma l'unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli.
Perché riescono a cambiare le cose.
Perché fanno progredire l'umanità.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli,
noi ne vediamo il genio.
Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare
di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.

Jobs faceva esattamente questo.
In queste poche righe c’era tutto lo spirito che animava la Apple degli anni ottanta e novanta, c’era tutta la filosofia che conquistò milioni di persone spingendole a sviluppare un attaccamento quasi religioso a un’azienda che – a volerla ridurre ai minimi termini – vendeva computer.
Jobs era riuscito in qualcosa che nessuno aveva mai tentato prima, era diventato un santone, un genio, un mistificatore, un punto di riferimento, un furbo, un rivoluzionario. Un’icona.


Ecco, Boyle ignora – scientemente – tutto questo.
E ci rifila una vicenda (strettamente familiare, strettamente privata) da drama comedy all’americana dove tutto è già visto e sentito e ampiamente digerito… e poi, sullo sfondo, cerca di metterci il Macintosh, il Next e l’iMac.
Solo che può andare bene per dieci minuti. Venti, al massimo.
Un film intero sulle vicissitudini familiari di Jobs è un film sostanzialmente inutile.
O, ad essere più precisi, è un film che manca il bersaglio.


La prima volta che vidi un film su Steve Jobs fu quando lui era ancora vivo e vegeto, ed era quella roba un po’ ingenua e parecchio televisiva de I Pirati di Silicon Valley e pensai che, con un pelo di impegno in più e magari un budget più consistente, si poteva fare di meglio. Non sapevo che, anni dopo, sarebbe venuto il Jobs di Stern con Ashton Kutcher, che sarebbe riuscito addirittura a farmelo rimpiangere.
Capirete quindi che, quando seppi che Boyle era al lavoro sul progetto Jobs, mi sentii come quello che vede finalmente arrivare “la volta buona”.

Perché di Boyle è difficilissimo parlarne male.
Uno che si è portato a casa un Oscar, due nominations più un’altra manciata di premi e riconoscimenti internazionali per robe come Trainspotting, The Millionaire e Piccoli omicidi tra amici.
E, anche senza Oscar e senza premi, a me Boyle piace.
Ha sempre dato un’impronta definita ai suoi film, dimostrando di sapersi scegliere con cura i soggetti, non sempre ottenendo chissà quale riconoscimento dal pubblico (il suo ultimo film, In Trance, è passato semi-inosservato). Ha realizzato un bel film di fantascienza come Sunshine, riuscendo ad omaggiare mostri sacri come 2001: Odissea nello spazio, Solaris e Alien uscendosene con un’opera autonoma e visivamente splendida, è riuscito a girare un horror che ha portato al cinema persino me che – in genere gli horror li schifo, ha fatto un film tratto da un romanzo difficile come Trainspotting (e ora sta lavorando sul suo sequel)… in poche parole, è uno da tenere d’occhio. E quello che fa lo fa con un certo stile.

E invece cosa ho visto, ieri, all’anteprima romana del film?
Steve Jobs che tratta di merda Andy Hertzfeld. Steve Jobs che tratta di merda John Sculley. Steve Jobs che tratta di merda Joanna Hoffman. Steve Jobs che tratta di merda Joel Pforzheimer. Steve Jobs che tratta di merda Steve Wozniak.
E soprattutto Steve Jobs che tratta di merda l’ex partner Chris Ann Brennan e il risultato della loro unione, Lisa Brennan-Jobs.
Una storiella un po’ meschina e un po’ da Eva 3000 – quella che vide protagonista il caro estinto – di cui, diciamolo, avremmo preferito sapere quello che già sapevamo senza stare a romanzare ulteriormente una vicenda che non dev’essere stata piacevole per nessuna delle parti coinvolte.

Cos’altro ha scelto di infilarci Boyle?
I due Steve al lavoro nel famoso garage? Nemmeno l’ombra. La genesi, anche solo a livello di idea, della macchina “for the rest of us”? Del tutto ignorata. La visione alternativa, utopica e distopica assieme che Jobs aveva del rapporto tra l’uomo e la tecnologia (e c’erano i mezzi e l’occasione per mostrarla ricorrendo allo straordinario talento visivo di Boyle)? Assente. I sommovimenti sociali e culturali che causarono oggetti come il Macintosh, il Newton, l’iPod e l’iPhone? Meno di zero.

Ma non è questa la cosa peggiore del film. Anzi, a conti fatti, questa è roba di cui abbiamo già sentito ampiamente parlare e tornarci sopra senza una chiave, una rilettura coraggiosa o un’angolazione inedita sarebbe stata un’operazione che sarei stato il primo a snobbare.
La cosa peggiore del film è che nonostante la mole di professionalità impiegate, nonostante una bella regia, bella fotografia, ottime interpretazioni (Fassbender e la Winslet sono semplicemente immensi) e nonostante dei dialoghi che meglio scritti di così (ringraziate Sorkin per quelli) proprio non si poteva, Boyle è riuscito a confezionare un film noioso.
Il più noioso della sua carriera.

Colpa di uno script davvero sbagliato, ripetitivo e incentrato esclusivamente su uno soltanto – credetemi, il Mac e compagnia è solo contorno e fumo negli occhi – degli aspetti della vita privata di Jobs. E colpa pure di una inedita (per Boyle) incapacità di gestire uno dei personaggi più iconici della nostra epoca.
Poi, sì: le sequenze di raccordo tra i tre principali momenti in cui che Boyle sceglie per raccontare la storia (il 1984, la presentazione del Macintosh, il 1988, la presentazione del Next, e il 1998, la presentazione dell’iMac) sono belle, il montaggio alternato nella sequenza centrale con Daniels/Sculley (per quanto già visto) è ben confezionato, e tre o quattro battute sono piuttosto divertenti (ma la scelta di girare tutto in interni è un pelo stringente e poco coinvolgente)... ma in mezzo ci si annoia troppo spesso, della vicenda tra padre e figlia dopo la seconda volta che viene servita non ne vuoi sapere più e invece, dopo un po’, capisci che non si parlerà praticamente d’altro.
Fino all’ultimissimo fotogramma.

In conclusione, Steve Jobs è un film sbagliato. Né un biopic nel senso più classico ma nemmeno celebrativo come molti forse avrebbero voluto, un film che sarebbe potuto essere “definitivo” sull’uomo e sul mito Jobs se non fosse rovinato da un – a mio avviso palese – errore di puntamento… che è una cosa che non credevo che avrei mai imputato a Boyle.
E questa è forse la sua colpa più grossa.

PS Li accettate un paio di consigli? Recuperate QUESTA graphic novel su Jobs di Caleb Melby e Jesse Thomas (rispettivamente della redazione di Forbes e il fondatore di JESS3) o QUESTO agile volumetto. Sono solo due esempi di come si può gettare uno sguardo nuovo (e intrigante) su un personaggio di cui sembra si sia già detto e scritto tutto.

martedì 17 novembre 2015

Lo screensaver dell'anno.


Ammettiamolo, gli screensaver fanno molto anni novanta, più o meno come i tappetini per il mouse.
Chi è più stagionato tra voi ricorderà persino i tostapane alati targati After Dark e prodotti dalla ormai defunta Berkeley systems.

Gli screensaver vennero creati perché sui vecchi monitor a tubo catodico (oggi sembra preistoria ma vi assicuro che ci ho lavorato – duramente e con soddisfazione – fino all'inizio degli anni duemila) la visualizzazione prolungata della stessa schermata ne abbreviava drasticamente la vita, portando a fastidiosi fenomeni di persistenza dell'immagine.
Sui moderni schermi LCD e LED non ce n'è bisogno, ma molti hanno mantenuto uno o più screensaver sul proprio computer semplicemente come vezzo.

Quello che vi propongo oggi è nato su AppleTV ed è da poco migrato su Mac OS.
Non fa altro che visualizzare riprese aeree di varie parti e città del mondo, ma è uno di quei casi in cui la descrizione non rende assolutamente giustizia alla realtà.
Installatelo (QUI il download) e mi direte.

Aerial è completamente open source, quindi sentitevi liberi di contribuire al suo sviluppo. Richiede Mac OS Mavericks o successivi.

lunedì 16 novembre 2015

Terminator Genisys: resetting the future.


Oggi sarò minimale.
Quanto erano belli i primi due Terminator, strutturati, con trame coinvolgenti e personaggi ben caratterizzati?
Un mucchio.
E quanto sono stati deludenti i suoi seguiti, ripetitivi e inutilmente autocitazionisti?
Fin troppo.
L’altro giorno, però sono andato sul market place di Amazon e, nella pericolosissima (per la mia carta di credito) sezione “suggerimenti per i tuoi prossimi acquisti” un titolo attira la mia attenzione:
Terminator Genisys: resetting the future.
Un volume di grande formato e copertina rigida, che descrive le fasi di preproduzione del quinto capitolo della saga del robot assassino più famoso del mondo. Faccio click e butto un'occhiata alla copertina, con scetticismo.
Cosa potrebbe offrirmi di buono qualcosa tratto da Terminator Genisys? È un film brutto! Fa parte del mito, è vero, ma hanno cannato praticamente tutto!
Tanto per tornarci sopra più tardi, lo inserisco nella wishlist.

Poi, l’altro giorno me lo regala Alex... e mi casca la mandibola.
La grafica è eccellente. Oltre centocinquanta pagine, meravigliosamente stampate, di bozzetti preparatori, rendering, disegni, storyboard, foto di scena, il tutto cucito da abbondante testo esplicativo e introdotto da Schwarzy in persona.
In poche parole, un gran bel prodotto editoriale.

E, sì, metteteci anche che sto parlando di un franchise col quale sono praticamente cresciuto e che amo alla follia, ma se siete rimasti delusi dal quinto capitolo della saga almeno quanto me e volete rifarvi gli occhi, non potete perdervi questo volume. Vi costerà come due copie del blu-ray, è vero, ma se dovessi darvi un consiglio, questo sarebbe: scaricatevi il film, se proprio vi è piaciuto, e coi soldi risparmiati compratevi questo libro, che merita.

sabato 14 novembre 2015

La Ballata della Morte.


Chi è colui così gagliardo e forte
che possa vivere senza poi morire
E da colei ch’è tutto, Madonna Morte,
l’anima sua possa far fuggire?
La Morte schifosa, la Morte lasciva!
La Morte! La Morte! La Morte che arriva!
La Morte, la Morte, dolcissima e amara,
la Morte che avanza nella notte chiara.
La Morte di pietra, la Morte di neve
la Morte che arriva con passo lieve.
La Morte che dona, la Morte che prende,
la Morte che ruba, la Morte che rende,
la Morte che passa, la Morte che sta,
la Morte che viene, la Morte che va.
La Morte che arriva con il suo dolore,
e avvolge ogni cosa con il suo fulgore.
La Morte regina senza scettro e corona,
La Morte! La Morte! La Morte in persona!
La Morte! La Morte! La Morte furiosa,
la Morte maligna, la Morte pietosa,
la Morte sicura, la Morte carogna,
la Morte che ha il muso di un topo di fogna.
Verrà la Morte e i tuoi occhi avrà
e la bellezza tua, vanità di vanità…
Verrà la Morte e porterà con sé
tutto il tuo impero, tutto, insieme a te…
Verrà la Morte e taglierà il legame
così sottile e forte, così bello e infame…
Verrà la Morte, sarà la tua coscienza,
è stata tua compagna in tutta l’esistenza…
Verrà la Morte, e a te che non sei niente
porgerà la mano, in mezzo all’altra gente…
…e tu sarai il primo, come vorrà la sorte,
a danzare con lei la danza della Morte!
La Morte bizzarra, la Morte normale,
la Morte che viene a lenire ogni male
la Morte che vive, la Vita che muore,
la Morte! La Morte! La Morte nel cuore!
La Morte ha danzato, la Morte civetta,
la Morte ti ha scelto, la Morte ti aspetta!
La Morte trionfante, la Morte gloriosa!
La Morte! La Morte! La Morte tua sposa!

(Tiziano Sclavi)

venerdì 13 novembre 2015

iPhone 7. Retroconcept.


James Candy è uno che sa usare bene il 3D e ha senso dell'humor.
Quello che vedete (magnificamente) renderizzato qui sopra, è il suo concept di iPhone 7.
Cioè... se fosse stato costruito negli anni ottanta.
Tastiera fisica, commutatori e manopole di alluminio, e un minuscolo tubo catodico (rigorosamente monocromatico) come display.
Le app? Sono installabili dall'utente, esattamente come sugli iPhone attuali... basta inserire il floppy disk nell'apposita feritoia.
Fantasia al potere, signori.

PS Sì, per portarselo in giro non ci sarebbero tasche che tengano. Ma centinaia di produttori asiatici si inventerebbero all'istante zainetti, tracolle e valigette iPhonecompatibili.
E se la cosa vi fa sorridere, vi ricordo che nei primi anni novanta c'era chi andava in giro con QUESTI.

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